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	<title>Commenti a: Il management é una professione?</title>
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	<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/</link>
	<description>Harvard Business Review è una rivista che presenta articoli di management, casi aziendali ed altro.</description>
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		<title>Di: Gian Andrea Oberegelsbacher</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-2335</link>
		<dc:creator>Gian Andrea Oberegelsbacher</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 18:40:50 +0000</pubDate>
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		<description>La mia opinione in merito alla domanda oggetto della discussione, è che la stessa o è mal posta o non ha un gran senso, e spiego meglio il perchè: managment in Inglese significa letteralmente, dirigere, gestire , amministrare, il termine è talmente generalistico che non può essere comparato con professioni specifiche e che prevedono un percorso scolastico ad hoc, come ad esempio un avvocato, un ingegnere o un architetto.
Un buon manager non deve per forza avere un MBA ed è anche vero che il 70% di ciò che si studia all&#039;Università è in realtà già obsoleto,(soprattutto in questi ultimi decenni, ancora di più in questi ultimi 3 anni, in cui sta cambiando il mondo intero), inoltre la vera differenza sulla professione o la professionalità, deriva a mio parere in particolare dalla seniority e dall&#039;esperienza variegata e/o internazionale del manager, come anche dell&#039;architetto o del medico.
Da questo punto di vista il temporary manager è senz&#039;altro una professione, partendo proprio da questo assunto, in quanto l&#039;esperienza e la seniority, sono valori non negoziabili e peculiari di questa specifica professione, tanto che sia il DG dell&#039;ospedale del medico di cui sopra o che si occupi di gestire il cambiamento in una o più aziende.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La mia opinione in merito alla domanda oggetto della discussione, è che la stessa o è mal posta o non ha un gran senso, e spiego meglio il perchè: managment in Inglese significa letteralmente, dirigere, gestire , amministrare, il termine è talmente generalistico che non può essere comparato con professioni specifiche e che prevedono un percorso scolastico ad hoc, come ad esempio un avvocato, un ingegnere o un architetto.<br />
Un buon manager non deve per forza avere un MBA ed è anche vero che il 70% di ciò che si studia all&#8217;Università è in realtà già obsoleto,(soprattutto in questi ultimi decenni, ancora di più in questi ultimi 3 anni, in cui sta cambiando il mondo intero), inoltre la vera differenza sulla professione o la professionalità, deriva a mio parere in particolare dalla seniority e dall&#8217;esperienza variegata e/o internazionale del manager, come anche dell&#8217;architetto o del medico.<br />
Da questo punto di vista il temporary manager è senz&#8217;altro una professione, partendo proprio da questo assunto, in quanto l&#8217;esperienza e la seniority, sono valori non negoziabili e peculiari di questa specifica professione, tanto che sia il DG dell&#8217;ospedale del medico di cui sopra o che si occupi di gestire il cambiamento in una o più aziende.</p>
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		<title>Di: Gian Andrea Oberegelsbacher</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-2334</link>
		<dc:creator>Gian Andrea Oberegelsbacher</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 18:28:10 +0000</pubDate>
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		<description>Curioso di sapere chi sei Armando, grazie comunque per la tua citazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Curioso di sapere chi sei Armando, grazie comunque per la tua citazione.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Armando</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-2117</link>
		<dc:creator>Armando</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 14:58:37 +0000</pubDate>
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		<description>Il libro di Gian Andrea Oberegelsbacher : &quot;Tempoarary Manager, un professionista al passo coi tempi&quot; edito da Ipsoa editore, è un &quot;manuale per l&#039;uso&quot; sul temporary management; un libro dove si può vedere, anche grazie all&#039;esposizone di reali casi aziendali,  che anche il manager può essere un professionista.
www.ipsoa.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il libro di Gian Andrea Oberegelsbacher : &#8220;Tempoarary Manager, un professionista al passo coi tempi&#8221; edito da Ipsoa editore, è un &#8220;manuale per l&#8217;uso&#8221; sul temporary management; un libro dove si può vedere, anche grazie all&#8217;esposizone di reali casi aziendali,  che anche il manager può essere un professionista.<br />
<a href="http://www.ipsoa.it" rel="nofollow">http://www.ipsoa.it</a></p>
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		<title>Di: Articulos</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-75</link>
		<dc:creator>Articulos</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 19:32:13 +0000</pubDate>
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		<description>&lt;strong&gt;I like your blog....&lt;/strong&gt;

Where is your Rss feed?...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I like your blog&#8230;.</strong></p>
<p>Where is your Rss feed?&#8230;</p>
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	<item>
		<title>Di: Fulvio D.</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-47</link>
		<dc:creator>Fulvio D.</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 19:56:02 +0000</pubDate>
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		<description>Assolutamente d&#039;accordo con Richard Barker che il management non è una professione. Ma è una affermazione &quot;scottante&quot;, per taluni (vedasi anche alcuni commenti qui sopra) persino inaccettabile, perchè molti vogliono far valere la loro possibilità di aver studiato per anni ed anni contro chi questa possibilità non ha avuto o contro chi ha preferito prendere sin da subito una strada per così dire lavorativa. 
Qualcuno ha detto che far diventare il management una professione potrebbe far evitare che ci siano manager &quot;sprovveduti&quot; o non all&#039;altezza. Ma allora perchè esistono manager che dimostrano proprio il contrario? Sono laureati, hanno studiato, forse hanno anche un MBA eppure quanti dubbi sulla loro conduizione di azienda e di business.. per non parlare della gestione dei propri collaboratori. Purtroppo per chi pensa che il management debba essere o diventare una professione, proprio queste ultime competenze pratiche non vengono insegnate in nessuna università.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Assolutamente d&#8217;accordo con Richard Barker che il management non è una professione. Ma è una affermazione &#8220;scottante&#8221;, per taluni (vedasi anche alcuni commenti qui sopra) persino inaccettabile, perchè molti vogliono far valere la loro possibilità di aver studiato per anni ed anni contro chi questa possibilità non ha avuto o contro chi ha preferito prendere sin da subito una strada per così dire lavorativa.<br />
Qualcuno ha detto che far diventare il management una professione potrebbe far evitare che ci siano manager &#8220;sprovveduti&#8221; o non all&#8217;altezza. Ma allora perchè esistono manager che dimostrano proprio il contrario? Sono laureati, hanno studiato, forse hanno anche un MBA eppure quanti dubbi sulla loro conduizione di azienda e di business.. per non parlare della gestione dei propri collaboratori. Purtroppo per chi pensa che il management debba essere o diventare una professione, proprio queste ultime competenze pratiche non vengono insegnate in nessuna università.</p>
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	<item>
		<title>Di: gianpaolo bonfanti</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-45</link>
		<dc:creator>gianpaolo bonfanti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 20:36:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://hbritalia.it/?p=523#comment-45</guid>
		<description>Mi trovo abbastanza in sintonia con l’incipit del commento di Daniele Vinci. Infatti anche a me sembra che, come in tutti i dibattiti, la prima domanda che bisogna porsi è in quale prospettiva ci mettiamo: quella del sapere, del saper fare o dell’essere?
Data questa premessa mi sento però di aggiungere alcune altre riflessioni.
A me sembra che gli interventi di Khurana e Nohria da una parte e di Barker e Mintzberg dall’altra siano entrambi accettabili se si riferiscono ad una delle prospettive sopra indicate. Più precisamente i primi mi sembrano più sensibili al sapere e i secondi all’essere. Se abbiamo una visione contenutistica ci sentiremo in sintonia con i primi, se siamo più sensibili ai comportamenti daremo più attenzione ai secondi.
L’area su cui ci può essere maggior discussione è quella che mi sembra intermedia del saper fare. Perché il saper fare richiede conoscenze ma anche carismi e atteggiamenti, soprattutto se ci riferiamo al saper fare bene, con efficacia e con eticità.
Quindi bene investire sulle conoscenze e sullo sviluppo di una disciplina di saperi organica come mi sembra sollecitino Khurana e Nohria, ma non meno importante investire sullo sviluppo di capacità relazionali e valori etici come, credo  richiamino sopratutto Barker e Mintzberg.
Sulle prime bene i master didattici tradizionali, sulle seconde invece occorre la maieutica per individuare e far crescere i potenziali e una valorizzazione dell’esperienza per raccordare queste qualità con le esigenze pratiche. In proposito mi piace ricordare qui quanto ho trovato stimolante il metodo dei casi già negli anni 70 presso la Harvard Business School.
Su entrambi i fronti occorre però richiamare l’importanza della formazione permanente soprattutto in un mondo in continua accelerazione in termini di ritmo e complessità.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi trovo abbastanza in sintonia con l’incipit del commento di Daniele Vinci. Infatti anche a me sembra che, come in tutti i dibattiti, la prima domanda che bisogna porsi è in quale prospettiva ci mettiamo: quella del sapere, del saper fare o dell’essere?<br />
Data questa premessa mi sento però di aggiungere alcune altre riflessioni.<br />
A me sembra che gli interventi di Khurana e Nohria da una parte e di Barker e Mintzberg dall’altra siano entrambi accettabili se si riferiscono ad una delle prospettive sopra indicate. Più precisamente i primi mi sembrano più sensibili al sapere e i secondi all’essere. Se abbiamo una visione contenutistica ci sentiremo in sintonia con i primi, se siamo più sensibili ai comportamenti daremo più attenzione ai secondi.<br />
L’area su cui ci può essere maggior discussione è quella che mi sembra intermedia del saper fare. Perché il saper fare richiede conoscenze ma anche carismi e atteggiamenti, soprattutto se ci riferiamo al saper fare bene, con efficacia e con eticità.<br />
Quindi bene investire sulle conoscenze e sullo sviluppo di una disciplina di saperi organica come mi sembra sollecitino Khurana e Nohria, ma non meno importante investire sullo sviluppo di capacità relazionali e valori etici come, credo  richiamino sopratutto Barker e Mintzberg.<br />
Sulle prime bene i master didattici tradizionali, sulle seconde invece occorre la maieutica per individuare e far crescere i potenziali e una valorizzazione dell’esperienza per raccordare queste qualità con le esigenze pratiche. In proposito mi piace ricordare qui quanto ho trovato stimolante il metodo dei casi già negli anni 70 presso la Harvard Business School.<br />
Su entrambi i fronti occorre però richiamare l’importanza della formazione permanente soprattutto in un mondo in continua accelerazione in termini di ritmo e complessità.</p>
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	<item>
		<title>Di: Andrea Sasso</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-42</link>
		<dc:creator>Andrea Sasso</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 15:58:32 +0000</pubDate>
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		<description>Sono più vicino all&#039;idea di Barker e Mintzberg, che il management non sia una professione, anche se le posizioni radicali vanno prese sempre con una certa cautela.
A mio avviso, la dote più importante che un manager deve avere risiede nella gestione delle persone  e della complessità delle loro relazioni, finalizzate ad un obiettivo comune.
E&#039; chiaro che le competenze sono necessarie, ma quello che ho migliorato di più partecipando all&#039;IEP dell&#039;INSEAD di qualche anno fa è stata la capacità di ascolto, appresa da alcune persone che frequentavano lo stesso corso e con delle esperienze analoghe alle mie, piuttosto che nuove nozioni.
Alla fine sono sempre le persone a fare la differenza di un&#039; esperienza vissuta insieme.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono più vicino all&#8217;idea di Barker e Mintzberg, che il management non sia una professione, anche se le posizioni radicali vanno prese sempre con una certa cautela.<br />
A mio avviso, la dote più importante che un manager deve avere risiede nella gestione delle persone  e della complessità delle loro relazioni, finalizzate ad un obiettivo comune.<br />
E&#8217; chiaro che le competenze sono necessarie, ma quello che ho migliorato di più partecipando all&#8217;IEP dell&#8217;INSEAD di qualche anno fa è stata la capacità di ascolto, appresa da alcune persone che frequentavano lo stesso corso e con delle esperienze analoghe alle mie, piuttosto che nuove nozioni.<br />
Alla fine sono sempre le persone a fare la differenza di un&#8217; esperienza vissuta insieme.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Giovanni Miragliotta</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-41</link>
		<dc:creator>Giovanni Miragliotta</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 21:02:50 +0000</pubDate>
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		<description>Penso che vi sia un po&#039; di verità in entrambe le posizioni, professione e non professione.

Ovviamente essere manager è una professione, perchè richiede una prefessionalità, ovvero competenze specifiche, strumenti, conoscenza di regolamenti, necessità di aggiornamento, fiuto &quot;politico&quot; coi colleghi, etc., esattamente come accade per un buon avvocato ed un chirurgo.


Al tempo stesso, il manager è più di tutto ciò, perchè un manager è tenuto a &quot;migliorare&quot; ciò di cui è responsabile, a farlo progredire, cosa che un avvocato o un chirurgo non sono tenuti a fare: nel loro compito istituzionale c&#039;è vincere una causa o avere successo in un intervento, non reinventare un&#039;azienda, rafforzarne la dinamica, rendere solidi i  presupposti presenti per il successo futuro.

In fondo, quando ciascuno di noi ha un problema cerca un buon dottore, non un una ASL sana e coi conti in ordine. Segno che professione e managerialità non sono la stessa cosa.

Volendo, anche un sano approccio Galileiano, può essere di aiuto in questa diatriba.

Esitono dei bravi avvocati (top 50 nella propria specializzazione) che non hanno hanno neppure conseguito la laurea? No.

Ci sono bravi chirurghi (top 50 nella propria specializzazione) che non hanno neppure conseguito la laurea in medicina. No.

Ci sono bravi manager (top 50 nel proprio ambito) che non hanno conseguito un MBA? Si, e non sono pochi.

Quindi Barker e Mintzberg sono un poco più vicini al vero di coloro che sostengono il contrario.

Giovanni Miragliotta
Politecnico di Milano</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Penso che vi sia un po&#8217; di verità in entrambe le posizioni, professione e non professione.</p>
<p>Ovviamente essere manager è una professione, perchè richiede una prefessionalità, ovvero competenze specifiche, strumenti, conoscenza di regolamenti, necessità di aggiornamento, fiuto &#8220;politico&#8221; coi colleghi, etc., esattamente come accade per un buon avvocato ed un chirurgo.</p>
<p>Al tempo stesso, il manager è più di tutto ciò, perchè un manager è tenuto a &#8220;migliorare&#8221; ciò di cui è responsabile, a farlo progredire, cosa che un avvocato o un chirurgo non sono tenuti a fare: nel loro compito istituzionale c&#8217;è vincere una causa o avere successo in un intervento, non reinventare un&#8217;azienda, rafforzarne la dinamica, rendere solidi i  presupposti presenti per il successo futuro.</p>
<p>In fondo, quando ciascuno di noi ha un problema cerca un buon dottore, non un una ASL sana e coi conti in ordine. Segno che professione e managerialità non sono la stessa cosa.</p>
<p>Volendo, anche un sano approccio Galileiano, può essere di aiuto in questa diatriba.</p>
<p>Esitono dei bravi avvocati (top 50 nella propria specializzazione) che non hanno hanno neppure conseguito la laurea? No.</p>
<p>Ci sono bravi chirurghi (top 50 nella propria specializzazione) che non hanno neppure conseguito la laurea in medicina. No.</p>
<p>Ci sono bravi manager (top 50 nel proprio ambito) che non hanno conseguito un MBA? Si, e non sono pochi.</p>
<p>Quindi Barker e Mintzberg sono un poco più vicini al vero di coloro che sostengono il contrario.</p>
<p>Giovanni Miragliotta<br />
Politecnico di Milano</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Gianluca Spina</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-40</link>
		<dc:creator>Gianluca Spina</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 17:49:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://hbritalia.it/?p=523#comment-40</guid>
		<description>Ovviamente Barker e Mintzberg hanno ragione:  il management non è una professione nel senso classico del termine. Caso mai sono alcuni mestieri tradizionalmente ritenuti professioni ad evolvere in un senso molto lontano dal concetto classico di professione (il medico o l&#039;avvocato, per rimanere agli esempi di Barker). 
Tuttavia, le pur valide argomentazioni di Barker  non implicano che molti aspetti del management non si possano &quot;costruire in aula&quot; attraverso esperienze didattiche innovative, confronti e scambi tra i partecipanti ai corsi (MBA e non). E non solo gli aspetti strettamente tecnici, ma anche quelli comportamentali possono essere in parte appresi (e dunque specularmente costruiti), anche se ovviamente devono potersi basare su alcune &quot;doti naturali&quot;.
Penso che ogni tentativo di &quot;certificare&quot; le abilità manageriali attraverso albi, codici o altri strumenti vada contro la vera natura del management che è un mix di esperienza agita, ma anche appresa, codificata, assimilata e trasferita, anche grazie alla formazione. 
Può sembrare strana questa avversione da parte del responsabile di una delle maggiori Business School italiane, ma è esattamente quello che penso: il management non è e non deve essere una professione. 
Ma questo non lo sminuisce affatto! 
Anzi per certi versi lo sottrae alla burocratizzazione che livella verso il basso nella mediocrità tante &quot;attività certificate&quot;, trasformate per l&#039;appunto in professioni. 

GIANLUCA SPINA
DIRETTORE MIP - POLITECNICO DI MILANO</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ovviamente Barker e Mintzberg hanno ragione:  il management non è una professione nel senso classico del termine. Caso mai sono alcuni mestieri tradizionalmente ritenuti professioni ad evolvere in un senso molto lontano dal concetto classico di professione (il medico o l&#8217;avvocato, per rimanere agli esempi di Barker).<br />
Tuttavia, le pur valide argomentazioni di Barker  non implicano che molti aspetti del management non si possano &#8220;costruire in aula&#8221; attraverso esperienze didattiche innovative, confronti e scambi tra i partecipanti ai corsi (MBA e non). E non solo gli aspetti strettamente tecnici, ma anche quelli comportamentali possono essere in parte appresi (e dunque specularmente costruiti), anche se ovviamente devono potersi basare su alcune &#8220;doti naturali&#8221;.<br />
Penso che ogni tentativo di &#8220;certificare&#8221; le abilità manageriali attraverso albi, codici o altri strumenti vada contro la vera natura del management che è un mix di esperienza agita, ma anche appresa, codificata, assimilata e trasferita, anche grazie alla formazione.<br />
Può sembrare strana questa avversione da parte del responsabile di una delle maggiori Business School italiane, ma è esattamente quello che penso: il management non è e non deve essere una professione.<br />
Ma questo non lo sminuisce affatto!<br />
Anzi per certi versi lo sottrae alla burocratizzazione che livella verso il basso nella mediocrità tante &#8220;attività certificate&#8221;, trasformate per l&#8217;appunto in professioni. </p>
<p>GIANLUCA SPINA<br />
DIRETTORE MIP &#8211; POLITECNICO DI MILANO</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Francesco Rattalino</title>
		<link>http://hbritalia.it/management-strategia/il-management-e-una-professione/comment-page-1/#comment-39</link>
		<dc:creator>Francesco Rattalino</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 15:54:11 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://hbritalia.it/?p=523#comment-39</guid>
		<description>Il nocciolo del problema non sta nella professionalità o meno del manager, ma nel ruolo della formazione legata allo sviluppo delle conoscenze, capacità e attitudini per diventare un buon manager.
Immaginiamo di dover insegnare ad un ragazzo a sciare. Come prima cosa lo iscriveremo ad una scuola di sci in cui il maestro dopo avergli brevemente illustrato la teoria di base dello sci (peso a valle, compressione, distensione etc.) lo metterà sulle piste ad imparare la tecnica sciistica secondo un processo imitativo e di trial and error. Il tutto verrà ripetuto finché tale tecnica non sarà perfezionata. Tutto questo sforzo avrà sicuramente colmato il bisogno di conoscenza e sviluppo delle capacità necessarie allo sci, ma come si può instillare l’attitudine a diventare campioni di sci? L’attitudine si apprende tramite dei role model, persone a cui il nostro ragazzo si possa ispirare per trarre le giuste motivazioni psicologiche necessarie per la vittoria sulle piste da sci.
Riportiamo il nostro esempio in ambito manageriale: le Business School hanno sicuramente lavorato bene sullo sviluppo delle conoscenze e delle competenze manageriali, ma cosa hanno fatto per ispirare modelli manageriali etici e di successo? Probabilmente molto più di quello che l’opinione pubblica pensa influenzata dai media che danno più risalto ai casi negativi che positivi, però molto deve essere ancora fatto. L’approccio metodologico delle Business School e dell’Università in generale deve cambiare, enfatizzando sempre di più la partecipazione attiva di manager e altri esponenti di spicco della vita sociale all’interno delle aule. 
Pietro Guindani all’inaugurazione dell’anno accademico 2009-2010 della ESCP Europe di Torino ha detto che esistono tre fasi nella vita professionale: quella del learning, quella del earning ed infine quella del serving. Ebbene ci auguriamo che sempre più manager etici e di successo vogliano restituire un po’ del successo che hanno ricevuto dedicando un po’ del loro tempo ai giovani che studiano nelle Business School. Solo così si potrà superare la questione della professionalità dei manager ed affrontare quella, a mio avviso più importante, dell’efficacia ed eticità dei manager.

Francesco Rattalino
Direttore degli Studi ESCP Europe Torino</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il nocciolo del problema non sta nella professionalità o meno del manager, ma nel ruolo della formazione legata allo sviluppo delle conoscenze, capacità e attitudini per diventare un buon manager.<br />
Immaginiamo di dover insegnare ad un ragazzo a sciare. Come prima cosa lo iscriveremo ad una scuola di sci in cui il maestro dopo avergli brevemente illustrato la teoria di base dello sci (peso a valle, compressione, distensione etc.) lo metterà sulle piste ad imparare la tecnica sciistica secondo un processo imitativo e di trial and error. Il tutto verrà ripetuto finché tale tecnica non sarà perfezionata. Tutto questo sforzo avrà sicuramente colmato il bisogno di conoscenza e sviluppo delle capacità necessarie allo sci, ma come si può instillare l’attitudine a diventare campioni di sci? L’attitudine si apprende tramite dei role model, persone a cui il nostro ragazzo si possa ispirare per trarre le giuste motivazioni psicologiche necessarie per la vittoria sulle piste da sci.<br />
Riportiamo il nostro esempio in ambito manageriale: le Business School hanno sicuramente lavorato bene sullo sviluppo delle conoscenze e delle competenze manageriali, ma cosa hanno fatto per ispirare modelli manageriali etici e di successo? Probabilmente molto più di quello che l’opinione pubblica pensa influenzata dai media che danno più risalto ai casi negativi che positivi, però molto deve essere ancora fatto. L’approccio metodologico delle Business School e dell’Università in generale deve cambiare, enfatizzando sempre di più la partecipazione attiva di manager e altri esponenti di spicco della vita sociale all’interno delle aule.<br />
Pietro Guindani all’inaugurazione dell’anno accademico 2009-2010 della ESCP Europe di Torino ha detto che esistono tre fasi nella vita professionale: quella del learning, quella del earning ed infine quella del serving. Ebbene ci auguriamo che sempre più manager etici e di successo vogliano restituire un po’ del successo che hanno ricevuto dedicando un po’ del loro tempo ai giovani che studiano nelle Business School. Solo così si potrà superare la questione della professionalità dei manager ed affrontare quella, a mio avviso più importante, dell’efficacia ed eticità dei manager.</p>
<p>Francesco Rattalino<br />
Direttore degli Studi ESCP Europe Torino</p>
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