Della felicità
e di altre cose
A chi ha seguito con una certa costanza la Harvard Business Review negli ultimi due-tre anni non è certamente sfuggito che il contenuto e il tono di un numero crescente di articoli sia divenuto gradualmente meno omologato al pensiero economico dominante e decisamente meno convenzionale. Niente di rivoluzionario, per carità, ma di critico decisamente sì. Come si è già più volte rilevato, l’idea dei destini immutabili del capitalismo e dell’economia di mercato si è alquanto appannata in conseguenza della crisi finanziaria e di diffusi comportamenti ampiamente censurabili di banche, società finanziarie, addirittura interi Paesi, ma anche di singoli manager e imprenditori alquanto spregiudicati. Ne seguono idee di cambiamento e di miglioramento all’insegna dell’intelligenza e del buon senso, e di solito anche del “politicamente corretto”.
L’ultimo numero di HBR si inserisce pienamente nella scia e propone un buon numero di idee che stanno tra l’anticonvenzionale e l’audace. In sé questo è bene, anche se non dobbiamo nasconderci che un piccolo rischio c’è ed è che anche l’anticonvenzionale diventi una moda convenzionale e si vada alla ricerca di idee e spunti nuovi al puro scopo di allinearsi all’andazzo vigente e dimostrare la propria brillante intelligenza. In linea di massima, per ora questo rischio sembra scongiurato, ma invito i lettori a stare all’occhio e a non lesinare le critiche qualora notassero che il pensiero critico tende a sconfinare in un inopportuno esercizio di retorica.
Ciò premesso, i contributi di questo numero presentano molti spunti d’interesse. A partire dalla sezione speciale dedicata alla “felicità” o, più pudicamente, al “fattore F”. E’ ovvio che presentare oggi al mondo una copertina dedicata alla felicità in azienda e fuori è come minimo un po’ imbarazzante. Dopo quattro ani di crisi economica al limite della depressione (economico-finanziaria e di altro tipo) l’infelicità regna sovrana e, come minimo, si presenta assai più diffusa della felicità. Nella sua espressione più semplice, di fronte a chi perde il lavoro – e sono milioni – chi riesce a preservarlo ha molti più motivi di felicità, o meno ragioni per essere infelice. Andare ad approfondire allo scopo di misurare gli effetti della soddisfazione, del coinvolgimento, della motivazione sulla produttività dei singoli e delle organizzazioni, e sugli utili delle aziende suona come minimo un po’ stonato,da cui i motivi d’imbarazzo.
Ma la depressione, o recessione che sia, non durerà in eterno e dunque anche la ricerca di modalità, metodologie e politiche per far stare meglio le persone nel loro posto di lavoro, o i cittadini nel loro Paese, va vista con favore. Nel loro articolo sull’”effetto pavone” nel capitalismo contemporaneo, Meyer e Kirby ricordano che la stessa misura della ricchezza di un Paese non è più da concepire solo in termini di crescita economica quantitativa, ma anche in termini di sviluppo qualitativo misurato sulla base di numerosi parametri che vanno dalla scolarità alla felicità. Non siamo ancora giunti a considerare, come il re del Bhutan, che «la felicità nazionale lorda è più importante del prodotto nazionale lordo», ma il tema è stato posto e va seriamente affrontato, su scala nazionale e internazionale così come su scala aziendale.
Come tradizione da ormai molto tempo, il primo numero di ogni anno propone anche un contributo a più mani dedicato alle idee che potranno fare la differenza nei prossimi mesi e anni. Il leitmotiv di quest’anno, in tono con il filone del pensiero anticonvenzionale, è che di fronte alle difficoltà poste dalla crisi galleggiare sulla superficie dei problemi in attesa che qualcuno li risolva non è solo poco saggio e poco coraggioso, ma decisamente malsano. Per cui, è stato chiesto a un nutrito gruppo di esperti e leader di varie discipline di avanzare idee e proposte “audaci” per risolvere, o almeno avviare a possibile soluzione, i problemi più pressanti. Si va dalla proposta dei Trill di Robert Shiller a quella di salvare i pesci di Enric Sala, dall’elettrificare la base della piramide di Arun Majumdar e quella di coltivare più mele e meno mais di Ellen Gustafson. Non sono perle di verità, ma spunti intelligenti per farci pensare e agire di conseguenza.






Commenti
Ricordate la domanda della regina del 2008 alla London Business School?
Elisabetta chiese: come mai non avete previsto per tempo la crisi? 9 mesi dopo arrivò la risposta delle British Academy (30 firmatari) tra professori e autorità del settore), dopo un altro mese altra lettera a firma di ulteriori 10 professori e autorità britanniche (entrame sul web). In qualche modo convergono tutte e due su un punto, un problema di conoscenza che ha prodotto “idiots savants esperti di tecniche ma ingenui sui reali problemi economici.” Un mea culpa sul fatto di aver perso la visione d’insieme del problema.
A me pare che al management stia accadendo la stessa cosa con un’aggravante: non essendoci una robusta, aggiornata ma sopratutta condivisa conoscenza comune sull’organizzazione e gestione d’azienda, si va di continuo alla ricerca di dettagli, soluzioni intersiziali, idee geniali che spesso risultano banali. Ed è il caso della “felicità”. Credo che sarebbe opportuno ripartire dall’essenza di una impresa, la strategia, e riprendere i linguaggi e le conoscenze per descriverle. Da lì poi discenderà il resto. La felicità in azienda è sentirsi parte di un progetto chiaro e condiviso al quale si ha certezza di poter contribuire. Dunque non variabile indipendente ma intimamente legata all’essenza dell’impresa. Ma cosa fanno le imprese oltre a dire, schizofrenicamente, ai loro collaboratori di eseguire gli ordini ed essere creativi? E’ intellegibile dai loro Business Plan pubblici il loro piano o quello è solo un esercizio burocratico? E come si fa ad essere felici dentro e fuori l’azienda se essa custodisce gelosamente i suoi piani (ammeso che li abbia)? E che senso ha parlare di felicità in senso astratto, svincolati dal contesto? Se arrivasse una crisi non economica, ma organizzativa globale, e la regina Elisabetta di turno chiedesse come mai non l’abbiamo prevista, che risponderemo? Che eravamo impegnati a misurare la felicità?
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