Il mito della banda larga
A metà degli anni Novanta MacroMed, azienda produttrice di attrezzature medicali e ospedaliere, decise di ristrutturarsi per aumentare adattabilità e varietà dei prodotti e per diventare più agile nel rispondere alle esigenze sempre mutevoli del mercato. Fu intrapreso un robusto programma di reengineering, accompagnato dall’adozione di un nuovissimo software di enterprise resource planning.
Dopo oltre un anno dal completamento di quell’articolato programma e del relativo impianto informatico, che avevano richiesto otto mesi di lavoro preliminare, non erano cresciute né la flessibilità né i tempi di risposta al mercato. Il top management e tutti i partecipanti al progetto erano sconsolati. Cosa poteva essere successo? Cosa aveva mandato in fumo un programma così costoso, moderno e approfondito?
Era successo che, professionalmente deformati dall’abitudine, i lavoratori restavano ancorati al vecchio modus operandi, in perfetta buona fede. Pur insigniti di deleghe molto più ampie di prima e dotati di mezzi tecnologici e organizzativi nuovi, essi si comportavano come gli operai e gli impiegati “fordisti” e “tayloristi” che erano sempre stati.
Intervistato dai consulenti incaricati di indagare il fallimento, un capo reparto dichiarò, eloquentemente: «Il massimo di produttività? Be’, lo si ottiene evitando di fermare la macchina per passare a una nuova lavorazione, e lasciandola invece finire quel che sta facendo». L’esatto contrario della filosofia che era stata alla base del progetto di Bpr.
Il management capì che era un problema di mentalità e di formazione. Furono migliorati e ripetuti i corsi di addestramento. La nuova produzione venne confinata in uno stabilimento popolato di addetti giovani o provenienti da altre aziende: tutti, dunque, senza esperienza delle vecchie prassi.
Ne seguì un successone, che spinse il management a far oscurare i vetri della fabbrica per evitare lo spionaggio da parte dei concorrenti. Infatti, chiunque di essi poteva procurarsi la medesima tecnologia Ict, ma avrebbe dovuto imparare a sue spese a utilizzarla, e quest’ultimo investimento si era rivelato (e infatti è) molto maggiore di quello richiesto dall’acquisto delle tecnologie, perché implica trasformazioni profonde e lunghe.
Il nome MacroMed è di fantasia, perché gli economisti aziendali autori dello studio (del 1997) non volevano svelare la vera identità dell’azienda. La lezione tratta, però, è perfettamente consistente con molte altre ricerche, alcune delle quali condotte anche dal sottoscritto.
Quando ero con l’agenzia di analisi Gartner, ad esempio, scoprimmo che, fatto 100 il costo di un grande programma di trasformazione aziendale abilitata dall’informatica, ben l’84% (in media) era dovuto a riorganizzazioni, riunioni, progettazione, decisioni, formazione, modifiche al software acquistato; e solo il 16% a costi per comprare software prefigurato e hardware.
Insomma: l’infrastruttura e la tecnologia per sé non garantiscono alcun risultato: occorre saperle usare bene; e l’apprendimento di questo uso sagace costa, nel caso dell’informatica, più dell’infrastruttura e della tecnologia.
Vogliamo smetterla, allora, di raccontarci fanfaluche intorno alla mitica “banda larga”?
O vogliamo davvero credere che tribunali, Asl, agenzie d’assicurazione, banche, avvocati, commercialisti, notai, Inps, catasti, piccole imprese non usano l’email perché la banda non è abbastanza larga e che la userebbero se disseminassimo il Paese di fibre ottiche?
L’Italia, che nel 2010 usa ancora il fax, ha bisogno di acculturazione digitale, non di più bit al secondo.






Commenti
Sacrosanta verità .
Condivido pienamente.
La tecnologia è e deve rimanere uno strumento non il fine.
Insieme al programma di sviluppo della banda larga andrebbe proposti un grande programma di rinnovamento dell’Istruzione nel Paese (sia a livello di istruzione secondaria che universitaria), che “svecchi” i contenuti dell’offerta formativa e li renda più aderenti alla realtà del terzo millennio e al contempo una iniziativa di “rottamazione” delle competenze che veda i giovani al centro del progetto, anche se ciò andasse a discapito delle generazioni attualmente al potere, sia in politica che in azienda che nella pubblica amministrazione.
Se il pensionamento anticipato (a condizioni di pagamento ridotto) dell’attuale classe dirigente (a livello nazionale, locale e anche nel privato) liberasse posti da occupare con giovani formati e volenterosi forse potrebbe esserci ancora una speranza per questo Paese.
Sono molto d’accordo con il commento di Salvatore, tant’è che il rinnovamento al quale egli allude forma l’oggetto di una delle proposte contenute nel mio ultimo libro http://alturl.com/ihb5i. Ricordiamoci, però, che quasi tutte le riforme hanno un costo e che, purtroppo, occorre prioritizzare le iniziative perché non disponiamo di risorse infinite. Se mettiamo nelle fibre ottiche gli 800 milioni previsti, li stiamo sottraendo ad altre iniziative…
Paolo, il tuo commento e’, come quando abbiamo parlato dei sistemi complessi, un’altra felice provocazione, che ci aiuta a riflettere su dove realmente risiede da ben troppo tempo, il problema. Il “digital divide” e’ solo una separazione culturale da un modo di pensare al lavoro e se stessi in modo efficace e non ha nulla a che vedere con la capacita’ tecnica della banda larga. Leggendoti, mi ricordo di quando ero nel panel di Businessweek a Londra, 2 anni fa, facilitando un dialogo con Don Tapscott, autore di diversi bestseller, tra cui Wikinomics. Uno dei suoi libri, “grown up digital” parla della generazione che sta emergendo, e di come il mindset sia radicalmente diverso dai tecnosauri che continuano a legiferare, e in Italia, capiamo molto bene la natura di questo paradosso. Secondo Don, la vera “guerra” del 2030, a livello mondiale, sarà’ la guerra del talento e non la guerra dell’equipaggiamento digitale. Sarebbe un grande traguardo, se riuscissimo a essere coinvolti, come Paese, nella corsa al talento, convergendo tutti gli sforzi a creare un Italia 4.0., aiutata da una buona “infostruttura”, ma non governata dall’alibi di non averne una.
Mark, nelle tue ultime tre righe hai racchiuso il senso, il “messaggio” dei miei ultimi due libri!
Io parlerei più precisamente di una sfida/guerra sul terreno dell’intelligenza collettiva. (Ma forse è la stessa cosa che intendeva Tapscott. Del resto Wikinomics, così snobbato negli ambienti accademici, è stato un passo importante nel far comprendere questo fatto).
Condivido. Anche se a mio avviso, uscendo un’attimino dalla visione prettamente aziendale, occorre dire che spesso, all’inizio almeno, le nuove tecnologie vengono usate per “gioco” o comunque per passatempo (videogiochi, download film/musica ecc). Con il tempo alcune di loro, vengono implementate con successo nelle aziende e una volta fatte proprie, sembra che non se ne possa fare più a meno. Ma a questo punto bisognerebbe parlare di un’altro mito/tormentone: l’innovazione.
Età media di questi intellettuali ?
))))
Pronti a vendere libri e dire quali sono i problemi ?
Esperienze di cose fatte e non solo dette ?
Il paese è in queste condizioni grazie anche a Voi !!
Non condivido nulla di quanto scritto… l’accesso è la porta per il futuro dei giovani, da questa porta si entra per trovare formazione, cultura, informazioni e modelli.. chi non si adegua è vecchio per capire… si metta da parte… ormai il tempo dei consigli è finito… restano sempre le vigne e l’orto..
Martin
Martin,
io non sono contro l’accessibilità della rete, ma contro la “banda larga” presentata pelosamente come strumento di progresso quando invece, in Italia, è più che altro pretesto per vendere (proprio ai giovani!) entertainment, pubblicità e consumo di gadget.
Non si lasci fuorviare dalla propaganda. Un babbeo con un router a larga banda resta un babbeo.Un ragazzotto coatto come il Lorenzo di Corrado Guzzanti non diventa competitivo se impugna un iPad. Un distretto industriale di analfabeti informatici resta tale anche se portiamo in ogni ufficio i cavi coassiali o le fibre ottiche.
«Dire quali sono i problemi» è un’attività indispensabile: dobbiamo prima capirli, i problemi, se vogliamo risolverli. La scienza, la conoscenza (epistème) procedono così. In Italia, la mancanza di una banda più larga è quasi un falso problema, o più esattamente uno minore che ci nasconde quello peggiore.
[...] Aiuto! Qualcuno del Governo si affretti a concedere la prebenda di 800 milioni per posare le libre ottiche, così le lobby confindustriali la smetteranno di ammorbarci col piagnisteo della banda larga. [...]
Sono completamente d’accordo!
e ritengo che il ragionamento, purtroppo, vada ulteriormente ampliato,
Infatti il problema, come emerge chiaramente, è CULTURALE!
La cosa grave è che essendo culturale non investe SOLO l’ambito ITC, ma il modo di essere e fare impresa in Italia.
La cosa è chiarissimamente visibile nella piccola impresa (almeno fino a 50 dipendenti), ma se ne trovano ampie tracce anche in aziende medie e grandi.
Purtroppo, così come in un grande programma di trasformazione l’84% dei costi è sostanzialmente destinato ad elevare la cultura degli utilizzatori degli strumenti, ugualmente dovrebbe accadere per la GESTIONE.
Ma anche qui si tende a pensare che lo ‘Strumento’ sia ciò che risolve il problema, senza riflettere che è soprattutto la capacità, la competenza, la voglia di usarlo e saperlo usare che portano alla crescita ed allo sviluppo…
Troppo ancora ci sarebbe da dire ma capisco di essermi già dilungato troppo.
Un ragionamento leggermente più ampio l’ho svolto qui
[http://trovalav.blogspot.com/2010/10/la-scuola-e-alla-deriva-e-tutto-il.html ], commenti seri sono ben venuti.
E’ ormai assodato e documentato da un ampia letteratura che il successo di un innovazione è legata ad un’adeguato bilanciamento tra Processi, Organizzazione e Tecnologia (POT), “una ricetta da mettere saper mettere in pentola” (POT appunto).
Delle considerazioni iniziali contesto che non viene data evidenza che la “banda larga” è l’elemento fondamentale per creare modelli di business completamente nuovi.
Non a caso si parla di Web 2.0 (non confondiamolo con i solcial media) e di “morte di Internet”. Una nuova frontiera che sta cambiando il modo di vivere e lavorare.
A me piace pensare, sin dalle mie prime esperienze nella costruzioni di reti largabanda, ad un paese attraversato da autostrade e da rotaie, dove ciascuno puo’ decidere di viaggiare sul proprio mezzo e coi suoi tempi e qualcun’altro usi i treni.
Cosa fa la differenza fra un paese o una piccola citta’ ben servita da strade e da una stazione ferroviaria ed un paese senza sulle abitudini e sui costumi degli individui?
La mobilita’ fisica e virtuale e alla base delle dinamiche di sviluppo.
Avere accesso da casa propria alla largabanda da modo di vedere il mondo al di la’ di confini fisici che ci rendono limitati.
>Andrea Pirone:
Siamo perfettamente d’accordo, non mi fraintenda.
Dal 1981 mi dedico a modelli di business (e di ricerca) “completamente nuovi” abilitati dal digitale e dalla rete. Tutte le aziende con e per le quali ho lavorato si occupano di quello.
Dei miei libri, 4 vertono intorno a quel tema. Nell’ultimo (http://alturl.com/p7cxj), discuto il potenziale dell’intelligenza collettiva.
In questo post, sto solo dicendo che le infrastrutture senza la cultura (senza, in pratica, delle applicazioni “di innesco”) non servono a nulla. Cablando il Burkina Fasu, non lo faccio avanzare nella società della conoscenza… POT, per l’appunto!
E in Italia difettano soprattutto P e O: la T è di gran lunga la parte più facile e meno costosa. È sbagliato illudersi che basti T, come tutta la comunicazione sta raccontando in Italia.
>Gloria Formenti:
Sono d’accordo. Anzi. Mi spingerei anche più in là: http://alturl.com/josyh
E’ vero la buona parte delle aziende italiane necessitano di più P e O, ma attenzione perchè senza investimenti in “T” non consentiamo alle aziende più all’avanguardia, ai primi della classe, di stare al passo con una concorrenza, che come Meomartini (Assolombarda) asserisce, più tedesca ed americana che cinese.
Ci troviamo su un punto di disruption di “T”, dove avere “bandalarga” consente una “servitizzazione” più spinta del prodotto: una nuova Customer Experience. 3 esempi differenti per mercato verticale e dimensione per esemplificare il mio punto di vista:
Technogym con la linea “Personal Entertainment” – quanto tempo devo stare su una cyclette per avere una decente experience senza bandalarga?
Berto Salotti, ha ridefinito la Collaborazione con i clienti, grazie a Social Media e Video (91% del traffico internet é Video secondo il VXI index 2010 e necessità di bandalarga di qualità),
Interi nuovi settori, come il Digital Signage ed il Digital Out-of-Home, che in US ad oggi rappresentano oltre il 3% del mercato nordamericano della pubblicità con crescite superiori al 10% anno su anno, non possono svilupparsi senza una connettività adeguata.
Senza citare alcune opportunità imprenditoriali già presenti in paesi con infrastruttura adeguata e non attuabili in paesi senza banda larga: netflix, geomarketing, ecc.
A questi tre elementi PROCESSI, ORGANIZZAZIONE, TECNOLOGIA manca una ROADMAP che riesca a linkare insieme i POT in modo tale che si arrivi ad un successo ben strutturato. Quindi per meglio dire ci vuole un PROT.
Tutto deve essere bilanciato per ottenere un reale successo, ogni realtà imprenditoriale deve sapere qual’è il proprio gap nelle 4 lettere.
Nella fattispecie la Tecnologia può essere solo in parte dipendente dalle imprese, la banda larga è un investimento che lo Stato deve definitivamente concludere.
Con stima.
>> Andrea Pirone
Sono d’accordo con lei.
Per questo ho scritto “Digitalmente confusi. Capire la rivoluzione o subirla” (http://alturl.com/uqbcr).
>> Giorgio Barassi.
D’accordo anche con lei. E poiché lo Stato non opera a risorse infinite e deve fare delle scelte, io volentieri userei 1/3 del budget dell’Expo o di quello del ponte sullo Stretto per allestire un’infrastruttura informatica d’avanguardia.
Ma non mi risulta che vi sia un grande consenso, su questo punto, al di fuori di questo illuminato forum…
Ho letto il suo post “uomini di cacciavite” .
Il problema della “cosiddetta banda larga” (abbiamo già chiarito che è un termine improprio) non è principalmente sulla sua capacità, ma sulla sua architettura asimmetrica (ADSL).
Asimmetria che premia la capacità di scaricare i dati (download) riespetto all’invio dei dati (upload). Quindi usando il suo esempio stiamo parlando di un’autostrada con 4 corsie con 3 corsie in un senso di macia e la quarta a senso unico alternato.
Se i modelli di business attuali e futuri prevedessero principalmente lo scaricare i dati, il problema si risolverebbe ampliando la banda (e probabilmente l’investimento non sarebbe strategico), sfortunatamente i il futuro prevede un ampia necessità di upload.
Se non investiamo perderemo la capacità di offrire nuovi servizi come la comunicazione Video HQ, servizi cloud come la gestione di applicazioni e dati. I mobile vendor come Apple stanno lavorando a terminali cloud che si appoggeranno a possenti datacenter.
Oggi un utente medio ha 200GB di archivio nel caso volesse usufruire di un servizio come Dropbox ci impeigherebbe un paio di mesi.
In sintesi il fattore “O” può aumentare la produttività del sistema, come dai lei espresso nel post “unomini da cacciavite”,ma il non investire in “T” non consente di poter accedere ad innovazioni che creano il vantaggio competitivo per le imprese.
La riprova e di come si sta muovendo il NASDAQ, selezionando proprio quelle aziende high-tech che sposano Video, Cloud e “as-a-service”.