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di valore sociale

La CSR e il mito
della creazione
di valore sociale

di Paolo Magrassi, 23 gennaio 2012

Ci risiamo. Dopo BP, British American Tobacco e tanti altri, anche Costa Crociere, alla quale auguriamo di riprendersi da questa brutta vicenda, vede tristemente sbertucciati i propri pronunciamenti nel campo della responsabilità sociale (http://alturl.com/ayi69), insieme a quelli della sua casa madre (http://alturl.com/jph85).
Io penso che parlare di Corporate Social Responsibility sia sano. Ma troppe volte la CSR è svilita a mero strumento di comunicazione, un alibi con il quale si tenta di guadagnarsi una verginità presso il mondo cattolico, quello del volontariato, quello sindacale e quello delle parti politiche socialmente sensibili.
Credo che la chiave di volta stia nel malinteso concetto di «creazione di valore sociale».
Il «valore sociale» è un concetto politico, non da ragionieri. Partiti e movimenti politici esistono proprio per convogliare disparati “interessi pubblici” e “valori” sino al livello decisionale. In un sistema democratico che funzioni decentemente, il mix di quegli interessi viene soddisfatto in modo subottimale, lasciando tutte le parti un tantino insoddisfatte.
Per esempio: era socialmente utile Walmart, che ove si insediava distruggeva posti di lavoro (soppiantando operatori meno efficienti) epperò vendeva merci a prezzi abbordabili e calmierò  l’inflazione Usa durante gli anni Novanta del boom? Se il controllo dell’inflazione è per voi un valore prevalente rispetto alle opportunità di lavoro dei meno fortunati, allora concluderete che Walmart era socialmente utile; altrimenti, il vostro responso sarà l’opposto.
Il compromesso intermedio (abbastanza lavoro, non troppa inflazione) è faccenda della politica ed è difficile immaginarlo esaudito da parte di un’azienda misurata trimestralmente dagli analisti e quotidianamente dai mercati.
I valori condivisi da tutti sono merce rara. Per esempio, anche in Svezia, tradizionale culla di un’efficientissima socialdemocrazia e massima ispiratrice, insieme al Brasile, dello standard Iso 26000 per la CSR, ovviamente esistono i partiti politici, portatori di valori plurali. Da cinque o sei anni il paese è retto da governi di centro-destra, e agitato da dibattiti intorno all’indipendenza della Magistratura, le politiche per l’immigrazione, l’energia.
Ha senso che questi dibattiti si riverberino sino al livello dei consigli di amministrazione delle aziende? Forse non molto.
E’ pur vero, d’altro canto, che in termini utilitaristici aziendali il subottimizzare la soddisfazione di tutti gli stakeholder è un ottimo metodo per assicurarsi la competitività futura anziché badare solo al breve termine, come paradossalmente costringe a fare la Borsa. In questo senso la CSR, se praticata con pragmatismo e senza ipocrisia, può diventare una difesa del “valore” per l’azionista.
Insomma è utile, sia all’attore microeconomico sia alla società in senso lato, parlare di responsabilità sociale delle imprese. Ma secondo me dovremmo sbarazzarci del mito della creazione del valore buono per tutti e riconoscere che differenti soggetti perseguono obiettivi diversi, al limite conflittuali.

Commenti

  • di Paola 24 gennaio 2012

    molto interessante il suo commento che ribalta, senza ipocrisie, il pensiero oggi dominante nella Csr, molto teorico e molto poco “praticato”. Poichè, a mio avviso, resta da risolvere il tema della misurabilità (altrimenti in azienda non si va da nessuna parte) e gli strumenti sono, sempre, quelli matematici ed economici, si deve accettare che la soluzione dell’equazione non sarà ottimale (massimo valore per tutti gli stakeholder), ma accettabile (cioè: anche se Walmart ha svolto il ruolo di calmieratore dell’inflazione, non si può definire il ruolo medesimo sociale perchè ha completamente negato i benefici per altri stakeholder)

  • di Paolo Magrassi 24 gennaio 2012

    Precisamente, Paola. Diciamo, per mantenerci nella sfera dell’eufemismo pur senza perdere di rigore, che il tratteggiare la frontiera di Pareto di una funzione multi-obiettivo è un esercizio più controverso di quanto si legga abitualmente nei Bilanci Sociali et similia, che a me continuano a sembrare più che altro esercizi retorici.

  • di Paolo Magrassi 25 gennaio 2012

    Comunque le faccio osservare che è “sociale” anche il calmieraggio dell’inflazione: ridurre i prezzi per milioni di consumatori è azione dall’evidente impatto sociale. E siccome ha un impatto sociale anche la distruzione di posti di lavoro, in un ipotetico modello di CSR alle due grandezze andranno assegnati dei pesi (la cui somma sarebbe pari a 100 se due e due soltanto fossero le attività a diretto impatto sociale).

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